Boann Distillery Irlanda Le interviste

Boann Distillery: intervista a Peter Cooney

Intervista con il responsabile del mercato estero di una delle emergenti distillerie irlandesi.

Please, find the English version of this interview here.

Fondata nel 2016 per volontà della famiglia Cooney, la distilleria Boann è la prima a tornare a produrre whiskey irlandese nella valle di Boyne, a Drogheda, dopo oltre 160 anni.
È del 2017 il lancio delle loro prime bottiglie della linea The Whistler, realizzate con whiskey fornito da terzi, e da allora il loro marchio è cresciuto in modo esponenziale ricavandosi una posizione di tutto rispetto, specie nel mercato statunitense.

Distribuito in Italia da Cuzziol, è proprio grazie a loro che siamo riusciti a ottenere questa intervista con Peter Cooney, direttore delle vendite nel mercato estero, per spiegarci la filosofia di una delle distillerie della new wave irlandese.

WHISKY ART: Il nome della vostra distilleria, Boann, si rifà alle leggende del luogo dove vi trovate, la Boyne Valley: quanto sono importanti per voi la storia e l’identità del territorio e come si riflettono nel vostro whiskey?

PETER COOLEY: Ci troviamo nel cuore della Boyne Valley, uno dei luoghi più ricchi di storia d’Irlanda se non di tutta Europa. Newgrange, il più antico complesso architettonico al mondo, si trova praticamente in fondo alla strada, ed è qui che viveva la dea Boann.
La nostra distilleria rende omaggio proprio a lei e alle tradizioni della valle, con l’intento di celebrare le tradizioni perdute nel tempo come il racconto e l’arte di fischiare. Il whiskey irlandese The Whistler (il fischiatore, N.d.T.) contiene diversi riferimenti musicali che si rifanno proprio a questa ricca tradizione storica.

WHISKY ART: Molte distillerie che si sono affacciate di recente sul mercato, in Irlanda ma non solo, si dichiarano fieramente artigianali e connesse al territorio, ponendo spesso l’accento su provenienza e lavorazione delle materie prime: moda passeggera o una strada concreta da percorrere?

PETER COOLEY: Ritengo che per noi la strada giusta sia quella di seguire la nostra tradizione: collaboriamo con i coltivatori locali per il nostro orzo maltato e non, rifornendoci dal nostro profondo pozzo di sorgente per l’acqua. Vogliamo poter raccontare la storia della nostra terra attraverso i nostri whiskey e gin, con gli ingredienti botanici che in buona parte provengono da fonti locali, come i nostri meleti e le nostre siepi.

WHISKY ART: Si parla molto di terroir, un concetto ereditato dall’industria del vino ma che alcuni stanno cercando di portare in quella del whisky, scozzese come irlandese: qual è la vostra visione in proposito?

PETER COOLEY: La mia educazione è di matrice enologica, quindi ho molta familiarità con il concetto di terroir. La Boyne Valley è considerata una delle terre più fertili d’Irlanda, e ci troviamo a 6 chilometri dal mare irlandese, il che ci offre un clima gradevole, fresco e temperato per la maturazione del whiskey, che raramente scende sotto lo zero termico, rendendo l’invecchiamento continuo e sereno.

WHISKY ART: La vostra è un’attività famigliare, nata pochi anni fa ma che in così poco tempo ha già saputo ritagliarsi una posizione importante nel panorama delle distillerie irlandesi. Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano nell’essere indipendenti?

PETER COOLEY: Siamo un’azienda a gestione famigliare di seconda generazione, che lavora nel commercio di bevande da oltre 40 anni, con una spiccata vocazione all’export essendo presenti in oltre 60 mercati internazionali. Una delle difficoltà dell’essere indipendenti è trovare le risorse per sostenere l’operatività di una distilleria: mettere da parte le scorte è molto costoso ed è un impegno a lungo termine. L’essere indipendenti però ci consente di controllare il nostro futuro, senza dover accontentare azionisti e proiezioni a breve termine.
I nostri sono progetti di lunga gittata, e contiamo di coinvolgere anche la terza generazione della nostra famiglia.

WHISKY ART: Il whiskey irlandese sta vivendo un momento di vertiginoso sviluppo dopo tanti anni di stagnazione, anche grazie allo spirito imprenditoriale di aziende come la vostra: cosa conta di più per essere solidi in un mercato sempre più competitivo?

PETER COOLEY: In questo periodo, il whiskey irlandese sta davvero vivendo una rinascita fenomenale. Al momento ci sono 33 distillerie operative in Irlanda, di tutte le forme e dimensioni, e siamo entusiasti di far parte di questo ritrovato slancio vitale. Noi intendiamo essere la distilleria più innovativa d’Irlanda, abbiamo tre splendidi alambicchi a doppia distillazione in rame realizzati a Siena dalla Green Engineering. Questi alambicchi sono realizzati con procedure straordinariamente avanzate, utilizzando nanotecnologia nel collo e nelle Lyne arm (tubi orizzontali che collegano il collo al condensatore, N.d.T.), oltre che nei raffreddatori, condensatori e colonne di reflusso. Questo ci consente di creare un distillato incredibilmente pulito, dandoci l’opportunità di lavorare su stili diversi.
Un altro progetto interessante su cui stiamo lavorando è la creazione di dieci miscele di cereali vintage provenienti da un periodo tra il 1830 e gli anni ’60, con quantità variabili di malto, orzo, avena, grano e segale. Il nostro programma di invecchiamento in botte è molto ampio e in costante crescita, al momento abbiamo oltre 35 tipi diversi di barili in via di maturazione nei nostri depositi, come liquore di gelso, moscatel, marsala, vino toscano, calvados e molti altri…
Allo stesso tempi, cerchiamo anche di essere economicamente convenienti per il consumatore con ognuna delle nostre edizioni.

WHISKY ART: Il vostro whiskey, The Whistler, si presenta con un ampio portafoglio, diversificato negli invecchiamenti e nei cask finishing: quali sono le botti che fin qui vi hanno dato più soddisfazione?

PETER COOLEY: Il Whistler Irish Whiskey è una versione sperimentale della Boann Distillery. Quando abbiamo lanciato The Whistler, abbiamo avuto la fortuna di lavorare con delle botti di sherry oloroso straordinarie, che hanno fatto parte di un sistema solera per 40 anni. Questo ha segnato per noi un punto di svolta, e da allora usiamo solo botti di altissima qualità.
Le nostre prime botti sono state di tipo NEOC, New Era of Oak Cask (Nuova era di botti di quercia, N.d.T.), ovvero barrique di vino rosso rinnovate ex Mouton Rothschild e Bordeaux. Sono state rasate, tostate e ricarbonizzate, seguendo un procedimento simile allo STR di Jim Swan. Scegliendo queste botti come quelle iniziali abbiamo impostato lo spirito per il futuro, con un programma di maturazione nel legno molto sperimentale e innovativo.
A essere sincero, la miglior botte con cui abbia mai lavorato è stata di moscatel portoghese della Jose Maria Fonseca, botti davvero eccellenti che sono entrate a far parte del nostro programma futuro. Abbiamo usato queste botti per creare un whiskey chiamato Triple Oaked, dato che è maturato in botti di bourbon americane, botti spagnole di sherry oloroso e infine nelle botti di moscatel portoghese. Il moscatel offre magnifiche note tropicali come mango e ananas, davvero deliziose!

WHISKY ART: Il mercato internazionale è da tempo dominato dallo Scotch, ma le cose sembra che stiano cambiando, e per alcuni sarà proprio il whiskey irlandese a dominare presto il mercato: a cosa credi possa essere dovuto questo cambiamento?

PETER COOLEY: Questa è una bella domanda. Credo che lo scotch si sia costruito un’immagine che lo identifichi sia nell’identità come distillato che in quella di chi lo beve. Al whiskey irlandese invece non importa chi tu sia e quale sia la tua immagine, puoi berlo anche in calzoncini e maglietta, cosa che allo scotch non si adatta molto.
E con questo mi sa che mi son giocato un po’ di amici scozzesi!
Il whiskey irlandese supererà quello scozzese negli USA nei prossimi due anni, e ha avuto una spinta importante nell’ultimo ventennio, cosa che stiamo cercando di applicare anche in altri mercati nel mondo.
In generale, il whiskey irlandese è più facile da avvicinare e bere rispetto a quello scozzese 😊

WHISKY ART: Il Covid-19 ha impattato duramente sulla vita e sulle attività imprenditoriali di tutto il mondo, come avete affrontato queste difficoltà?

PETER COOLEY: Per fortuna siamo parte di una supply chain nel Food&Beverage, quindi siamo stati in grado di continuare a produrre anche durante la pandemia. Dato che siamo concentrati molto sul mercato retail, abbiamo lavorato sodo per sostenere l’aumento di richiesta. Partecipare a eventi come Prowein, Vinexpo e il Milano Whisky Festival contribuisce molto alla presentazione dei nostri prodotti, facendoci incontrare con clienti attuali e potenziali, ma tutto ciò si è momentaneamente interrotto e quindi ora stiamo procedendo con gli incontri virtuali e i tasting online, con molto successo.
Un medium che per noi sarà molto importante in futuro.

Le altre interviste nel blog:
Spirit of Yorkshire: intervista a David Thompson
Mackmyra: intervista ad Angela D’Orazio
Franklin ’33: intervista a Marco Macelloni
Intervista alla distilleria Puni Whisky
Dream Whisky: intervista a Marco Maltagliati
MWF: intervista ad Andrea Giannone
Redrum: intervista a Diego Galuppi
Atlas – Whiskyteca & Rumteca: intervista a Lorenzo Lutti
Love Craft: intervista a Gabriele Guazzini
Blackadder: intervista esclusiva con Hannah Tucek
Big Peat: due chiacchiere con Fred Laing
Intervista a John Glaser

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: