
Come dice il nome stesso, i fratelli Simon e Phil Thompson sono i fondatori di Thompson Bros, noto imbottigliatore indipendente e proprietario della distilleria Dornoch, situata accanto al castello omonimo sulla costa est delle Highlands del nord.
Il primo approccio con il whisky avviene molto giovani (e minorenni) nel bar del castello gestito dai genitori, dove si innamorano dello stile del whisky di una volta, e da lì la passione cresce fino all’apertura, nel 2017, della (minuscola) distilleria Dornoch in una stazione dei pompieri abbandonata accanto al castello. Recupero di varietà di orzo antiche dai grandi aromi e scarsa resa alcolica, fermentazioni lunghe, distillazione lenta, produzione minimal e totalmente manuale sono le caratteristiche principali della distilleria, cui ha seguito in breve tempo la nascita dell’etichetta come imbottigliatori indipendenti e, ancora in fase progettuale, la costruzione di una seconda distilleria, Struie, di cui al momento in cui scrivo è ancora in corso il crowdfunding.
Grazie all’intercessione di Jacopo di Fine Spirits, ho avuto il piacere di scambiare una lunga chiacchierata con una metà dei Thompson Bros: di seguito trovate il video dell’intervista con Simon (in inglese) e la traduzione in italiano.
WhiskyArt: Il nome Thompson Bros si spiega da solo, siete tu e tuo fratello Phil ad aver fondato l’azienda: spiegaci quali sono i vostri ruoli.
Simon Thompson: Per quanto riguarda l’attività, siamo abbastanza interscambiabili: molto di quanto sa fare Phil so farlo anche io, e viceversa. Se serve, Phil può far andare la distilleria, produrre whisky, eccetera, ma in genere sono io a occuparmi delle questioni operative e lui di quelle commerciali. Alla fine, però, ci troviamo entrambi nella sala di imbottigliamento se c’è un grosso ordine da preparare, ed entrambi ci occupiamo di organizzare i nuovi prodotti. Insomma, ci completiamo a vicenda, abbiamo imparato insieme questo mestiere mettendo i nostri punti di forza a disposizione dell’azienda.
WA: Siete imbottigliatori indipendenti (IB) ma anche distillatori, le cose sono avvenute in quest’ordine oppure no?
ST: In realtà è un po’ difficile creare un confine temporale. Abbiamo iniziato con degli imbottigliamenti ma non a scopo commerciale, era una cosa tra amici o per dei club di appassionati, e anche qualcosa per il nostro locale. Insomma, non era un’impresa ma solo una specie di hobby, per divertirci. Quando poi abbiamo aperto la nostra distilleria, Dornoch, uno dei nostri importatori di gin per il Giappone ci ha chiesto di realizzare un imbottigliamento indipendente, e noi ci siam detti… perché no, lo abbiamo già fatto in passato! E dopo questo, ce ne ha chiesti ancora, quindi gli imbottigliamenti son diventati 2, poi 4… ma non è mai stato parte dei nostri piani originali. Non ricordo quanti ne abbiamo fatti l’anno scorso, ma nel 2023 siamo arrivati a 100 rilasci diversi; quindi, direi che le cose ci sono un po’ scappate di mano! Ogni tanto vado a guardare su WhiskyBase, dove non ci sono nemmeno tutte le nostre bottiglie, ma siamo arrivati a circa 400 uscite solo come Thompson Bros. Quindi sì, direi che prima è venuta Dornoch e poi, quasi per sbaglio, l’attività come imbottigliatori indipendenti e blender, che alla fine è diventata la nostra fonte principale di guadagno.
WA: Il Giappone ha un po’ a che fare con lo stile grafico dei vostri imbottigliamenti come Thompson Bros, con le illustrazioni in etichetta che richiamano certe bottiglie del Sol Levante.
ST: Non solo il Giappone, ci sono sempre piaciuti gli IB che utilizzano illustrazioni nelle proprie etichette, come si usava per esempio anche in Italia tanto tempo fa e come alcuni fanno tutt’ora. Lo facciamo perché ci piace, e ogni volta che abbiamo una nuova release, cerchiamo un’illustrazione originale. Siamo fortunati ad avere così tanti talentuosi artisti nelle vicinanze che siano felici di collaborare con noi, ne abbiamo diversi ormai così da poter avere ogni volta un’etichetta che sia unica. Il legame con il contenuto non è sempre evidente, ma c’è: agli illustratori diamo delle indicazioni generiche e lasciamo che siano loro ad approfondire per dare il meglio di sé… anche perché, come chi ci ha lavorato ben sa, agli artisti non puoi mai dare istruzioni troppo specifiche! La nostra particolarità sono le etichette ma anche come gestiamo il prezzo alla bottiglia, che sia quella da 40 sterline o 200, in modo che ne rifletta davvero il valore. Ogni bravo IB è molto selettivo nello scegliere le botti, che finiscono per esprimere il suo gusto, e chi ci segue ha imparato a fidarsi delle nostre capacità.

WA: So che si tratta di una domanda difficile, ma è più divertente essere distillatori o IB?
ST: Per fortuna posso essere entrambi, e sono entrambi divertenti, ma se dovessi scegliere, penso sarebbe la distillazione. Il modo in cui siamo degli IB comunque è molto coinvolgente, abbiamo le nostre warehouse, la nostra catena di imbottigliamento, seguiamo personalmente la logistica internazionale e abbiamo mezzi propri per il trasporto delle botti. Molti IB, per esempio quelli che si trovano nella UE, lavorano tramite email per l’acquisto delle botti, mentre a noi basta prendere la macchina e andarcele a prendere, non dobbiamo aspettare i campioni: ordiniamo 20 botti da una distilleria, ce le mandano, le apriamo, le proviamo e decidiamo in fretta. Una botte magari è già pronta e la prendiamo subito, un’altra richiede ancora un anno o due, un’altra ancora andrebbe riversata in una botte di sherry, di bourbon, decharred e recharred, e così via. Non mi piacciono gli affinamenti brevi, ci vuole tempo perché gli invecchiamenti si integrino, devi dimenticarti la botte per 2, 3 o 4 anni. Quindi tutto il processo è abbastanza rapido e interattivo, e si riflette sulle tempistiche nel far arrivare le bottiglie agli appassionati: credo che il tempo più breve che abbiamo impiegato dall’acquisto della botte a farla finire in bottiglia sul nostro sito a un buon prezzo sia stato poco più di una settimana. Siamo andati a prenderci la botte, i campioni ce li avevamo già così come il design grafico, dovevamo solo scegliere la gradazione, imbottigliare e premere il tasto per stampare l’etichetta. Siamo molto fortunati, sia perché siamo in Scozia, sia perché ci occupiamo di tutto il processo, così da poterci muovere in fretta e decidere in tempi brevi.
WA: Nella vostra distilleria, Dornoch, voi cercate un whisky “vecchio stile”, con il recupero di varietà di orzo antiche, l’uso di lieviti per birrai, lunghe fermentazioni, eccetera. Nella scelta delle botti come IB, seguite un po’ lo stesso principio cercando whisky che richiamino lo stile di una volta o andate solo secondo il vostro gusto?
ST: Seguiamo decisamente il nostro gusto. Con alcune distillerie, che provengono da un certo periodo, si instaura un legame per cui cerchi sempre un certo tipo di distillato e una buona quantità di botti che lo contengano. Se acquisti botti molto giovani o anche fino ai 10-12 anni, è un po’ come se le comprassi alla cieca, ma conoscendo bene il profilo di quella distilleria in quel periodo, è comunque un acquisto informato che puoi gestire quando le hai in casa. Soprattutto se acquisti in blocco, venti o cinquanta botti alla volta, non ti metti a fare avanti e indietro con i campioni, ma ti affidi al profilo della distilleria di quel periodo che già conosci e apprezzi. In genere non ci sono profili che evitiamo, guardiamo più che altro al rapporto qualità/prezzo perché vogliamo sempre uscire con un prezzo giusto, vogliamo che la bottiglia arrivi sugli scaffali e un cliente non debba starci a pensare troppo. Per esempio, se trovi un IB da 12 anni sui 60 euro non ci metti molto a decidere, se invece ti chiedono 100/120 euro allora ti fermi a riflettere, cerchi se qualcuno l’abbia assaggiato o recensito, o se qualcuno ce l’abbia a un prezzo migliore. Quindi devi sempre cercare di rendere la scelta d’acquisto semplice per il consumatore finale.
WA: Seguite lo stesso principio con Dornoch? Per quanto ne so, al momento le vostre bottiglie sono in vendita solo sul vostro sito o in sede, senza una vera e proprio distribuzione internazionale: è una scelta, vista anche la produzione molto ridotta, o state aspettando il momento giusto per uscire dal canale diretto?
ST: Sì, la produzione è davvero molto piccola, per l’Italia mi pare ci siano state solo un paio di piccole uscite. I Dornoch più vecchi sono arrivati a circa 7 anni, i primi con cui abbiamo riempito le botti più piccole si stanno sviluppando molto bene, così come certe vecchie butt Solera o hogshead più grandi, ma non sono ancora pronti a quest’età così giovane, gli serve ancora tempo. Abbiamo imbottigliato numeri piccoli ma con parecchie uscite diverse, l’anno scorso abbiamo fatto un imbottigliamento esclusivo per il Giappone, un altro per la Germania e stiamo valutando di realizzarne anche per altri Paesi, inclusa l’Italia. Sono in buona parte botti che abbiamo ricomprato dai crowdfunder originali offrendo loro un buon prezzo, motivo per cui non resta molto margine per importatore e dettagliante ma solo per la vendita diretta. Le altre botti stiamo cercando invece di farle maturare più a lungo possibile, specie quelle più grandi; ci sarà più Dornoch anche per gli importatori ma solo quando saremo pienamente soddisfatti. Questo significa che se anche una botte fosse “pronta” dopo 6 anni ma pensiamo che abbia ancora spazio per evolversi, preferiremo aspettare e lasciarla “cuocere” un altro po’.

WA: Quindi siete guidati dal profilo, dal gusto, e non dalla volontà di mettere “10 anni” in etichetta: aspettate che sia pronto, o piuttosto che abbia sviluppato tutte le proprie potenzialità.
ST: Esatto. Quando abbiamo aperto Dornoch ci siamo detti che saremmo usciti con il whisky solo quando fosse stato pronto o se avessimo finito i soldi, ma per fortuna abbiamo avuto il successo delle altre attività come IB, gin e blending che ci consentono di non dover uscire solo per fare cassa!
WA: Avete scelto di utilizzare tipologie di orzo antiche o abbandonate, quanto effettivamente è complicato recuperarle e utilizzarle?
ST: Alcune varietà sono sopravvissute su piccola scala, quindi sono più facili da raggiungere sebbene siano più costose, come Plumage Archer che risale all’inizio del 20° secolo e Marris Otter che viene dagli anni ’60: sono state mantenute dai piccoli birrifici inglesi nonostante l’arrivo di tipologie più efficaci perché usando solo queste ultime il carattere della birra cambiava troppo. Per altre invece abbiamo lavorato assieme ad agricoltori e maltatori per coltivare le varietà antiche, arrivando a recuperarle dalle banche dei semi, un processo davvero costoso, ma è molto soddisfacente veder recuperare delle tipologie andate perse, praticamente estinte nei campi. Buona parte della produzione è biologica e certificata, ma non è un aspetto essenziale per noi, l’importante è la tipologia di orzo: se non è biologico ma ci interessa per l’aspetto organolettico, va bene lo stesso.
WA: Anche se poter mettere la dicitura “biologico” in etichetta ha un valore da un punto di vista di marketing.
ST: Noi abbiamo scelto di non metterla in risalto, la riportiamo solo nel retro della bottiglia, in piccolo, perché non riteniamo abbia grande rilevanza, né credo lo pensino i nostri clienti. Loro sono interessati a quanto facciamo e basta.
WA: In genere si dice che il prodotto finale dipenda al 60/70% dalla maturazione e tutto quanto venga prima impatti per il restante 40/30%, se non meno. Considerando l’attenzione che mettete su ogni passaggio della lavorazione, dall’orzo ai lieviti per le lunghe fermentazioni e la distillazione lenta, quanto conta per voi la botte?
ST: Non c’è una risposta unica, dipende dal distillato: se realizzi un new make molto denso e già ricco di aromi e complessità, con molti esteri e grandi potenzialità di evoluzione chimica, la botte non è più un fattore primario. Se esegui tagli molto stretti in un alambicco dal collo molto alto, otterrai un distillato molto morbido e facile da bere: non direi proprio neutrale, ma insomma, ci andiamo parecchio vicino. E quello che avrai per le mani sarà praticamente una spugna per la botte in cui andrà a maturare, mettendo quindi il legno al centro del prodotto. Nel nostro stile di whisky, è il distillato a essere al centro, è l’elemento più importante per me assieme al tempo: un new make molto ricco che passi tanto tempo in botti inattive può regalarti cose magnifiche. Quindi no, non do grande importanza alle botti.
WA: Trovi ci siano delle botti che si comportino meglio con il vostro distillato o hai delle preferenze personali?
ST: Sono abbastanza tradizionalista, mi piacciono le botti refill, in particolare quelle che chiamo “short refill”, botti che siano state usate la prima volta solo per degli affinamenti. Quindi botti ex bourbon, usate per un paio d’anni di affinamento, dove la quercia ha già rilasciato la sua botta iniziale avendo ancora molto da dare senza essere troppo intensa. Sono un grande fan delle decharred/recharred, che consentono al distillato di brillare, e siamo stati abbastanza fortunati da trovarne nelle vicinanze. Come Thompson Bros abbiamo imbottigliato delle botti refill di venti anni, dopo di che ci siamo trovati con questi legni molto maturi e stagionati che abbiamo rasato (decharred) e ricarbonizzato (recharred), ottenendo dei risultati molto diversi rispetto allo stesso procedimento ma su botti più giovani oppure usando botti nuove. Anche per altri distillati è molto importante quanto i legni siano vecchi e stagionati prima di essere riutilizzati. Mi piacciono molto anche le botti first fill ex bourbon ed ex sherry oloroso e PX, mentre altre non tradizionali non mi interessano granché: non credo di avere botti ex vino rosso o STR, sicuramente non mezcal! Abbiamo fatto qualche sperimentazione occasionale, ma quando vuoi creare un whisky tradizionale la scelta va sulle refill e sulle botti tradizionali.

WA: Quindi niente botti di tequila nel futuro di Dornoch?
ST: Mai!
WA: Come credi che il cambiamento climatico stia impattando sulle maturazioni in botte, con le temperature che si sono alzate rispetto al passato?
ST: Il cambiamento climatico sicuramente ha un impatto, su tutto, ma per quanto riguarda la maturazione molto dipende dal tipo di warehouse che scegli, sicuramente quelle più grandi avranno maggiori difficoltà: i magazzini pallettizzati subiranno più influssi rispetto a un classico dunnage. Ma con le nuove regole di sicurezza, anche i magazzini più grandi hanno maggior ventilazione e flusso d’aria, quindi almeno per ora le cose non sono molto diverse dal passato, ma chi può dire come saranno tra dieci o venti anni. Noi ci troviamo più a nord rispetto a tante altre warehouse, quindi forse siamo un po’ più protetti!
WA: In questo periodo stiamo vivendo un momento di crisi del settore, che molti paragonano a quello degli anni ’80, ciononostante ci sono segnali di fiducia nel futuro come l’espansione di una distilleria già enorme come Girvan, o da parte vostra con la piccola espansione di Dornoch e il progetto della nuova distilleria, Struie. Ritieni quindi sia solo una crisi passeggera?
ST: Per noi il whisky è la nostra vita, è il lavoro che ci siamo scelti, e fin dall’inizio eravamo coscienti come il whisky avesse un andamento ciclico, da momenti di grande espansione ad altri di contrazione. Quello che distilli oggi dovresti immaginarlo sul mercato tra otto, dieci, dodici anni, ed è un’impresa impossibile: ci sarà sempre una differenza tra quanto produci e quanto il mercato sarà disposto ad acquistare in futuro. Ai giorni nostri è successo con le scorte di whisky più vecchie, che sono diventate fin troppo costose rispetto a quanta richiesta ci sia, ma ricordo quando ancora si potevano acquistare degli straordinari whisky di altri tempi a prezzi del tutto accessibili perché ne furono fatti troppi tra gli anni ’70 e ’80, quando ci fu la riduzione della domanda. Quindi è lecito aspettarsi che le cose crescano fino all’eccesso per poi crollare anche molto in basso, e abbiamo messo in atto delle strategie proprio per affrontare le fluttuazioni del mercato. Quando le cose vanno male, le grandi aziende si ritrovano con bassi profitti e un eccesso di liquido, per fare cassa iniziano a vendere le proprio botti agli IB, ai blender o ai broker così che i prezzi iniziano a calare ed è più facile negoziare, e noi ne abbiamo tenuto conto nel progettare alcuni prodotti così da avvantaggiarci dei momenti in cui ci sia più scelta e a prezzi migliori. Se tieni a mente come i tuoi clienti siano degli appassionati, come lo siamo noi, che acquistano meno nei momenti di picco e approfittano di quelli di calo, riesci a uscire con i prodotti giusti a un prezzo equo. A questo proposito, forse hai visto quanto è stato annunciato ieri (il 4 aprile, NdT)…

ST: Abbiamo dato l’esclusiva della notizia al blog Dramface di un progetto che andrà in commercio tra due/tre settimane, Mystery Malt. In realtà è un’idea che ci è venuta qualche anno fa, ma l’abbiamo tenuta da parte in attesa del momento giusto, ovvero quando la situazione del mercato avesse toccato un momento di calo con maggiori disponibilità a prezzi migliori. Il contenuto di ogni bottiglia è segreto, può essere un imbottigliamento proveniente da distillerie della new wave come Lochlea, Raasay, Ardnamurchan o Glen Wyvis (alcune di queste hanno deciso di collaborare direttamente al progetto), oppure da altre più tradizionali con invecchiamenti di dieci, dodici anni fino anche ai venti o trenta, quindi con un ventaglio molto ampio di maturazioni. I primi due batch per il Regno Unito saranno bottiglie da 65 sterline di cui l’acquirente non saprà il contenuto se non aprendo la capsula superiore, e potrebbe capitargli una bottiglia di trenta o diciotto anni, oppure un single cask di Ardnamurchan o di Dornoch. È una cosa che pensiamo sia divertente per i clienti e ottima per importatori e negozianti, con prezzi su cui si possa fare economia di scala.

ST: Ogni imbottigliamento ha una certa percentuale di distribuzione all’interno del singolo batch, che riflette quindi la possibilità di trovare questa o quella bottiglia sotto la capsula una volta acquistata, e sulla bottiglia ci sarà un QR Code con i dettagli sul numero di bottiglie per batch, per esempio 2.100 bottiglie, divise per tipologia. Credo sia una cosa molto intrigante, divertente e a un buon prezzo, pensata per essere equa qualunque bottiglia ti capiti, specie considerando la possibilità di trovare qualcosa che valga molto di più, e possiamo farlo proprio grazie alla nostra efficienza e capacità di negoziare. Ed è una cosa che va a vantaggio anche delle distillerie, dando la possibilità di farsi conoscere a chi magari non avrebbe mai pensato di acquistare una loro bottiglia e che poi ne diventerà appassionato. Insomma, è un’idea in cui vincono tutti! Dopo i primi due batch, ci organizzeremo anche per il mercato internazionale, magari con un batch esclusivo per l’Italia,
WA: Credo che proprio questo progetto confermi la sensazione come il vostro sia un whisky realizzato dai fan per i fan! Una specie di tasting al buio dove magari apri la bottiglia in compagnia e la provi senza prima controllare cosa sia. Perché il whisky è anche comunità, che unisce gli appassionati ma anche le distillerie.
ST: L’idea del “malto misterioso” di per sé non è nuova, fu proprio un nostro cliente circa quattro anni fa a suggerirla dopo averla vista realizzare da altri: per noi non era fattibile con quella modalità, ma l’idea ha continuato a frullarci in testa e ci abbiamo rimuginato per un po’ fino a trovare la formula giusta. Con questo però non sto invitando gli appassionati a lanciarci delle idee, non vorrei trovarmi a dover leggere centinaia di email prima di capitare su una che sia valida! Per noi questa idea in particolare funziona proprio per le nostre politiche di acquisto, che rallentano nei periodi di picco dei prezzi, come l’anno scorso in cui abbiamo acquistato poche botti e solo quando erano a un prezzo giusto, mentre abbiamo acquistato parecchie botti negli ultimi tre/quattro mesi. In nostro aiuto c’è sempre il vantaggio di poterci muovere in fretta senza dover attendere le lunghe trattative via email o i lunghi tempi decisionali e di imbottigliamento che altri IB sono costretti a sopportare: noi acquistiamo e imbottigliamo nel giro di breve tempo, mentre altri devono attendere mesi, acquistando a un prezzo più alto rispetto a quanto potranno vendere con un mercato già in calo. Noi teniamo una sorta di manuale con tutti i piani per il futuro, alcuni già partiti ma non ancora annunciati ufficialmente, altri non ancora iniziati… di cui ovviamente non vi dirò nulla!
WA: Se Dornoch ha uno stile molto preciso, di whisky vecchio stampo, quale sarà quello di Struie?
ST: Dornoch è un whisky molto costoso da produrre, a partire dalla minore resa alcolica delle varietà di orzo che scegliamo, e deve quindi necessariamente avere un prezzo più alto come prodotto finale rispetto a quello di altre distillerie, cosa che comunque viene compresa dai molti che sono disposti a pagare un po’ di più per il nostro whisky. Struie lavorerà su scala più grande, abbiamo fatto delle prove presso altre distillerie (sempre per dei progetti nel nostro manuale) usando parte dei materiali e della produzione di Dornoch uniti alle procedure e allo stile della distilleria che ci ospitava, trovando il punto di equilibrio ideale tra le due tipologie; per esempio, giocando sulle percentuali tra varietà antiche e contemporanee, trovando la proporzione che consentisse di mantenere parte della complessità e dello spessore delle prime. Dornoch non bada (troppo) ai costi produttivi, che non sono in cima alla lista degli elementi da considerare nelle decisioni produttive, mentre Struie cercherà di fare dei compromessi, accettando per esempio una resa alcolica minore ma non quanto quella di Dornoch, arrivando a essere magari un po’ più costoso della media ma non troppo, restando sempre competitivi. Ci vogliamo porre tra le nuove distillerie con i whisky tra i sei e gli otto anni e quelle classiche con i loro dieci/dodici anni: anche se non so come andrà l’inflazione in futuro, l’idea è quella di restare intorno ai cinquanta euro, o almeno all’equivalente dei cinquanta euro di oggi tra qualche anno. Vogliamo produrre stili diversi durante l’anno lavorando sugli esteri, per poi unirli in un profilo unico, cambiando le proporzioni man mano che si scopre come funzionino assieme, un po’ come i mark di certe distillerie di rum caraibico o come succedeva in Giappone quando c’erano poche distillerie, che non avendo le possibilità di interscambio come in Scozia dovevano differenziare il proprio whisky in casa, anche per i blended. Noi con i blended abbiamo acquisito una certa esperienza negli ultimi anni, grazie a SRV5 o TB/BSW che hanno avuto un buon successo, ma qui sono mio fratello e altri a essere più bravi di me. Cercheremo di essere non dico migliori degli altri ma un po’ più folli!

WA: Quindi Struie avarà un approccio più moderno alla produzione o sempre a “bassa tecnologia” come Dornoch?
ST: Ci saranno elementi più moderni, specie nell’efficienza energetica investendo molto sulle energie rinnovabili a produzione interna, arrivando a consumare un terzo rispetto a una distilleria tradizionale, ma la parte umana sarà sempre importante. A Dornoch ci sono operazioni che vengono effettuate manualmente, come lo svuotamento quotidiano dei mash tun, che non hanno alcun impatto sul prodotto finale, quelle di certo non verranno mantenute.
WA: Considerando la vostra attenzione sulla materia prima, sulle varietà di orzo, qual è la tua opinione sul terroir nel whisky?
ST: Credo che più si vada indietro nel tempo più sia facile parlare di terroir nel whisky vista la grande differenza tra le singole distillerie, in cui non c’era una sorta di conoscenza condivisa, con i metodi di lavorazione molto diversi tra loro e anche un uso maggiore di orzo locale. Ogni distilleria ha una parte naturale di lieviti e batteri “selvatici” che influiscono sugli aromi, e poi ci sono le tradizioni passate di generazione in generazione, quindi sì, credo che se tu voglia focalizzarti molto sul concetto di terroir nel whisky sia possibile trovarne le basi.
WA: C’è qualcosa che vuoi aggiungere per gli appassionati italiani?
ST: Il crowdfunding per Struie è ancora in corso (termina il 13 aprile N.d.T.), sta andando molto bene ma più persone contribuiscono più sarà semplice portare avanti il progetto con successo, quindi date un’occhiata e, se potete, date il vostro contributo. Se avete grandi disponibilità monetarie, potete anche scrivermi direttamente! Immagino che in tanti saranno spaventati per il futuro dell’economia, specie per quanto riguarda il whisky, e ne hanno motivo, ma spero con questa chiacchierata di aver dimostrato come noi saremo in grado di prosperare anche in un momento di crisi come questo. Se tutto va come deve, avendo già fatto tutti gli altri passi necessari, dovremmo iniziare a costruire entro la fine di quest’anno.

