Bruichladdich Islay

Port Charlotte Islay Barley 2011

Recensione del Port Charlotte Islay Barley 2011, una chicca di Islay.

Provenienza: Islay (Scozia)
Tipologia: Single Malt Scotch Whisky
Gradazione: 50%
Botti di invecchiamento: 75% 1st Fill Bourbon, 25% 2nd Fill Syrah & Figero
Imbottigliamento: 2018
Filtrato a freddo: No
Colorazione aggiuntiva: No
Proprietà: Bruichladdich (Rèmy Cointreau)
Prezzo medio: € 70,00
Sito web ufficiale: https://www.bruichladdich.com/laddie-shop/port-charlotte/port-charlotte-islay-barley-2011/
Valutazione: 8 1/2

Il giovane sodale questa volta vi propone una bottiglia ancora più particolare tra quelle disponibili ai comuni mortali. Visto che poi ci dite che siamo monotematici, avevo pensato di recensire qualcosa di davvero diverso… E invece no, stavolta vi beccate la più Islay-centrica bottiglia che possiate comprare senza troppi salti mortali.

Storicamente famosa come una delle poche distillerie non torbate di Islay, purtroppo caduta un po’ in disgrazia durante gli anni ’90, Bruichladdich venne rilanciata nel 2001 dalle sapienti mani di Murray McDavids. Oltre a reinventare il marchio principale, il buon Murray ebbe anche la grande idea di recuperare la storia di Port Charlotte, cittadina di Islay che dal 1829 al 1929 ospitò una delle più grandi distillerie scozzesi. L’idea era di creare un innovativo progetto di whisky torbati 100% made in Scotland, per poi diventare ancora più ambiziosi puntando a produrre tutto sull’isola di Islay, un vero e proprio tentativo di codificare il concetto di terroir per i whisky. Questo termine francese indica nella produzione dei vini lo speciale rapporto tra clima, terreno, forme di allevamento delle piante, raccolta, fermentazione, e via dicendo, che si è venuto a legare in maniera strettissima a un preciso territorio geografico per ragioni storico-produttive. Il primo esperimento di McDavids uscì nel 2006 e proseguì sino al 2012, anno in cui Rèmy Cointreau rilevò la proprietà continuando fortunatamente il progetto iniziale, con imbottigliamenti su larga scala di whisky prodotto a partire da una percentuale di malti locali in una quantità mai sperimentata prima in Scozia. Tra questi, ci sono appunto i tre Islay Barley finalmente presentati al pubblico dalla nuova proprietà dopo adeguato invecchiamento. Il sito web della Bruichladdich è straordinariamente ricco di dettagli su tutti gli aspetti della produzione, e vi invito a scartabellarlo in ogni sua splendida pagina (è forse uno dei siti migliori che mi sia capitato di trovare). Per inciso, questa politica di apertura totale della Bruichladdich ha contribuito anche a creare una piccola rivoluzione nel rapporto confidenziale tra produzione e informazione per il pubblico di appassionati.

Dunque, con il Port Charlotte Islay Barley 2011, secondo imbottigliamento ma con sette anni di invecchiamento invece che cinque, si può parlare effettivamente di un whisky da terroir. Per non appesantire la lettura, lascio al ricchissimo sito web i dettagli riguardo la produzione agricola dell’orzo, e passo a ciò che caratterizza di più questo whisky in fase di degustazione: l’elevata torbatura. Tutti i Port Charlotte riportano una presenza di fenoli sui 40 ppm, quindi neanche troppo eccessiva se la confrontiamo con Ardbeg o con il Benromach Peat Smoke che vi ho presentato l’ultima volta. Però in questo PC la torbatura si va a innestare su un orzo prodotto e maltato in loco (attualmente ancora al 42%, ma destinato presto a raggiungere il 100%), distillato con acqua e torba esclusivamente del posto, e poi invecchiato e imbottigliato su Islay. Per ragioni ovviamente insormontabili, l’unica cosa usata che non proviene da Islay sono le botti per l’invecchiamento. Adesso vedremo cosa succede quando si cerca di catturare in bottiglia lo spirito più genuino di un terroir.

L’Islay Barley 2011 è di color sabbia appena percettibile, con venature verdoline e una limpidezza quasi abbagliante. Ha un corpo relativamente scorrevole, con archetti ben delineati e oleosi, che si estendono in un bel reticolo sulle pareti del bicchiere. Come anticipato nella recensione del Benromach Peat Smoke, questo Bruichladdich ha un approccio simile alla naturalità del colore, seppure poi ovviamente diverso in quanto a riflessi e corporeità.

Ha un naso davvero intenso e particolare, persino se rapportato ai suoi più illustri colleghi isolani. Qui la torbatura non è tanto una questione tecnica quanto di vitalità. All’inizio predomina la tipica nota costiera degli Islay, poi con un po’ di attenzione si notano quasi tutte le sfumature possibili della torba: da quelle più delicate di brezza marina a quelle più tostate di catrame e finanche scamorza affumicata (se avete presente il liquore finlandese Jellona… be’ si arriva quasi da quelle parti). I 50 gradi di alcol si sentono, ma vengono presto sollevati dai vivaci aromi salmastri, di liquirizia, anice, e poi sotto anche un po’ di vaniglia, di crema al limone, e di pesca gialla. Essendo giovane, ha un naso sicuramente molto verticale, quasi tempestoso, però non manca di una interessante struttura data dalle botti di bourbon e di vino. Da amante della torba, quello che veramente mi ha sorpreso sono proprio le infinite coloriture dello stesso tono che riesce a offrire.

In bocca la tempesta di sentori torbati si trasforma in realtà in una piacevolissima sensazione salina su crema di mela e scaglie di cioccolato, condita da pizzichi di liquirizia, anice, pepe bianco, e noce moscata. Mantenendo il distillato in bocca e salivando con attenzione, il salmastro arriva a intensificarsi in un particolarissimo sapore di alga kombu. Fortunatamente, il finale è pulitissimo, abbastanza prolungato, anche se sempre in verticalità più che in larghezza. Non ci sono esagerazioni iodate da medicinale o sciroppo per la tosse, e neanche cessioni a facili vanigliature dolciastre. Il connubio tra intensità olfattiva e piacevolezza gustativa è a mio parere molto riuscito e sembra effettivamente esprimere al massimo l’idealtipo di Islay che personalmente mi sono costruito.

In realtà, devo ammettere che mi sono serviti più assaggi per capire bene le caratteristiche di questo whisky: soffre molto la temperatura ambientale, ovviamente parlo del caldo e dell’umidità, e non rende bene a mio parere se diluito con acqua. Ora però mi sono convinto che si tratti di un ottimo prodotto, nonostante il prezzo certamente più alto dei suoi blasonati e più vecchi colleghi di isola come Lagavulin, Ardbeg e Laphroaig. Ma questo Port Charlotte (di cui esiste una più accomodante versione 10 anni, però di malti scozzesi e non solo Islay) punta il tutto sull’estrema tipicizzazione dei sentori unici dell’amata isoletta. Badate bene, non estremizzazione del gusto, bensì dello stile Islay: oceano, iodio, torba intensissimi accompagnati da una grande beva, senza concedere sconti in termini di dolcezze e diluizioni. Sarà veramente merito della lavorazione locale? Be’ direi di sì, visto che ha un carattere così tipico eppure così unico rispetto ai suoi colleghi: in un certo senso, è il più tipico di tutti, nel bene e nel male.

Le recensioni degli altri:
Distiller (inglese)
Vinodabere (visita alla distilleria con foto e degustazione di varie bottiglie)
WhiskyFacile

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