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Interviste Irlanda Walsh Whiskey

Walsh Whiskey: intervista con Bernard Walsh

Intervista con uno dei fondatori di Walsh Whiskey.

Grazie al distributore italiano Ghilardi Selezioni, abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con Bernard Walsh, fondatore, assieme alla moglie Rosemary, di Walsh Whiskey che come imbottigliatore, con le etichette Writers’ Tears e The Irishman, è stato tra i primi a credere di nuovo nel whiskey irlandese quando, nel 1999, le distillerie erano numericamente ridotte al lumicino.

A questo link trovate il video dell’intervista in inglese, mentre di seguito vi proponiamo la versione in italiano.
Grazie ancora a Bernard per la grande disponibilità e a Marianna Sicheri Mazzoleni per aver reso possibile l’incontro.

WHISKY ART: Grazie per aver accettato questa intervista, devo riconoscere che è un vero privilegio avere la possibilità di parlare con il fondatore di una delle prime attività che ha contribuito alla rinascita del whiskey irlandese. Ciò che mi ha colpito è stata proprio la vostra scelta di creare Walsh Whiskey in un momento in cui il settore non era in gran forma. Cosa vi ha spinti a prendere questa decisione?

BERNARD WALSH: Prima di tutto, è un piacere e un onore avere la possibilità di parlare con te e con tutti gli amici del whiskey irlandese in Italia.
Un centinaio di anni fa esistevano numerose distillerie e tante etichette di whiskey in Irlanda, un’economia che era davvero fiorente nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. In quello successivo, com’è ormai noto a chiunque, tutto è andato in malora.
Quando ho cominciato (e sull’isola c’erano solo tre distillerie, mentre oggi sono trentotto), non posso certo dire che la gente chiedesse disperatamente del whiskey irlandese: parte del mio lavoro era quello di girare i locali, qui in Irlanda come altrove, e parlare con gli avventori e i proprietari. E quando nominavo il whiskey irlandese, mi fermavano dicendo: “Ah sì, ne ho uno, proprio qui sullo scaffale”. Uno solo, questione chiusa.
Vengo da una famiglia di agricoltori, così come mia moglie, una tipica famigliola irlandese composta da nove figli con il maggiore che è rimasto a occuparsi della fattoria mentre io e gli altri fratelli abbiamo intrapreso ognuno strade diverse. Inizialmente ho lavorato nel campo dell’informatica e della tecnologia, e nei sedici anni in cui ho girato il mondo ho potuto allargare i miei orizzonti. Quando andavo in Francia o in Italia, passavo il tempo tra i vigneti e rimanevo estasiato da questa uva che veniva poi trasformata in ottimo vino, e per me il grappolo sta all’orzo come il vino sta al whiskey. Quando sono tornato con mia moglie in Irlanda, ho seguito quella che potrei definire una chiamata. Era per noi qualcosa di divertente e appassionante, non sapevamo davvero dove ci avrebbe portato, e trovandomi seduto qui a parlarne, ventidue anni dopo, non posso certo dire che avessimo una visione precisa di ciò che siamo oggi. C’è tanta passione, per il whiskey irlandese, per la cultura, per la nostra terra: questo è stato il punto di partenza.
Abbiamo cominciato con piccoli passi, andando a bussare alle porte, a parlare di whiskey irlandese quando non c’era nessuna domanda da parte dei locali o della gente, ed è stata tutta una strada in salita. Ma quello che ci ha sostenuto è stata la profonda ricerca sul distillato, guardando alla storia e passando del tempo a parlare con i distillatori di Midleton, imparando ciò che era stato e ciò che era diventato il whiskey: le ricette, le unicità le differenze nei sapori tra il whiskey del diciannovesimo secolo e quello della fine del ventesimo.
Perché quando allora parlavi di whiskey irlandesi, ti sentivi dire che era ottimo, semplice, di facile bevuta, mentre invece dovrebbe essere ricco, profondo, con una paletta aromatica molto ampia. E parte del nostro lavoro è proprio di ampliare questa paletta e contribuire al rinascimento del whiskey irlandese di cui noi siamo solo uno degli attori.
Oggi la gente ne vuole di più, le bottigliere dei locali sono piene non solo di scotch e bourbon ma anche di whiskey irlandese, quindi il panorama è cambiato moltissimo.

WHISKY ART: Voi siete stati comunque tra i primi a contribuire alla rinascita, e oggi ci sono tante etichette e sono in continua crescita, ma quando siete partiti nessuno ci credeva, e quello che avete fatto è stato fondamentale. Ripenso a quando io mi sono avvicinato al whisky: se parlavi di quello irlandese, spesso veniva liquidato appunto come semplice e poco incisivo, senza alcuna differenziazione.

BERNARD WALSH: Potrei dire la stessa cosa del vino: quando ti avvicini, si parla solo di quello francese o di quello italiano, come se fossero una categoria unica. Poi scopri che il vino italiano è ricco di sfaccettature, differente nelle regioni di provenienza e nei sapori. Lo stesso è per il whiskey, e mi piacerebbe che un giorno anche per quello irlandese venisse riconosciuta l’identità regionale come accade per lo scotch, e come già avveniva nei secoli passati in cui il whiskey da Wexford o Cork aveva un sapore del tutto diverso da quello del Donegal o di Belfast. Esisteva una grande differenza tra il whiskey dublinese, ritenuto più commerciale, e quello delle altre regioni o proveniente dalle colline, e nell’800 si metteva grande attenzione nel proteggere il whiskey, scegliendo la tripla distillazione e abbandonando la torbatura per ottenere un whiskey più sofisticato, contribuendo così a creare il profilo tipico del whiskey irlandese. Ora stiamo ricominciando daccapo, siamo davanti a una tela bianca e incoraggiamo altri a entrare nel settore e a imparare, proprio perché quando siamo partiti noi, non c’era nessuno a cui chiedere aiuto, e abbiamo fatto la nostra dose di errori, mentre oggi c’è un’associazione per proteggere e sostenere il whiskey irlandese.

WHISKY ART: In un momento in cui ci sono grandi compagnie sul mercato che si stanno sviluppando in modo importante, quanto è difficile mantenere la propria posizione come azienda a conduzione famigliare?

BERNARD WALSH: In un certo senso è più facile. Noi non siamo Campari o Pernod Ricard, siamo un’azienda famigliare in Irlanda che produce whiskey inusuali ed eccellenti, ed è questo il nostro marchio di fabbrica, l’aspetto su cui capitalizzare. Le grandi multinazionali del whisky, quando acquistano una piccola realtà locale, devono mantenerne viva la fiamma, l’unicità, cosa alquanto complicata per loro, mentre per noi è naturale e ci aiuta a emergere: c’è tutta la nostra passione, il nostro lavoro, perché è quello che ci fa mettere il pane in tavola. Ma a conti fatti si tratta sempre di cicli: nel 1999 non esistevano attività davvero artigianali, viste tutte le chiusure e le fusioni degli anni precedenti, con il 95% delle aziende finite in un unico gruppo. Poi è avvenuta una frammentazione, con l’arrivo di nuove leve, noi compresi, che hanno riportato diversità e freschezza. Lo abbiamo visto in Scozia, lo vediamo qui in Irlanda, è questo il momento di ampliare i profili aromatici con i nuovi arrivati.
Quando abbiamo iniziato, non esistevano whiskey irlandesi a grado pieno, e noi siamo i stati i primi a realizzarli per The Irishman e Writers’ Tears nel 2008, mentre oggi anche le grandi aziende propongono i loro cask strength: noi sperimentiamo, proviamo, gli altri ci guardano e noi guardiamo loro, è così che si cresce.
Il settore ha bisogno di linfa, che si tratti di blender o di distillatori, ha bisogno di gente come noi che abbia il desiderio di sperimentare, perché non si tratta più di una singola ricetta ma di diverse sfumature: se il whiskey irlandese è noto e amato per essere distillato tre volte, non è detto debba sempre essere così. Torbato? Perché no. Ma le grandi aziende non sono in grado di cambiare linea rapidamente, mentre le realtà più piccole hanno più margine di movimento, ed è quello che sta accadendo.

WHISKY ART: Quando avete creato le vostre due etichette, The Irishman e Writers’ Tears, su cosa vi siete concentrati di più? Le botti, il distillato originale? Come cercavate di segnare la vostra strada, il vostro profilo?

BERNARD WALSH: Se guardiamo ancora all’800, lo stile predominante allora era il pot still, e fu un irlandese a brevettare la distillazione a colonna che ha rappresentato l’ancora di salvezza per l’industria dello scotch, mentre in Irlanda si è mantenuto lo stile originale consentendo di dare al whiskey più corpo. Mi ha sempre colpito come ai tempi si unissero abitualmente malt e pot still (quello che noi chiamiamo champagne blend) per dare vita a un sapore unico, e io ho voluto un po’ riscoprire questa pratica con Writers’ Tears, che è un single pot unito a single malt, cosa che è un po’ nel DNA di Walsh Whiskey assieme alla scelta delle botti come venivano usate ai tempi.
Fino al 1860 buona parte delle botti adoperate in Irlanda per invecchiare il whiskey proveniva dalla Francia (quindi cognac o vino) o dalla Spagna (quindi vini fortificati come lo sherry), mentre quando abbiamo cominciato noi un whiskey irlandese con affinamento in botti ex cognac semplicemente non esisteva! Era il bourbon a venire usato prevalentemente, e lo è tutt’ora, mentre noi scegliamo di sperimentare con le botti e col pot malt, specie considerando che, rispetto alla Scozia, abbiamo il vantaggio di poter lavorare con qualunque tipo di legno, anche se è ovviamente quello di quercia a essere privilegiato. Ma anche con la quercia ci si può divertire, noi abbiamo sperimentato con la mizunara, che si sposa bene con gli aromi speziati del pot still, anche se la quercia giapponese è più porosa e comporta una perdita di liquido importante (cosa che ai miei contabili non piace sapere).
Quindi guardiamo al passato cercando di tradurlo nel presente.

WHISKY ART: In questo momento di grande espansione del whiskey irlandese, al punto che molti ritengono supererà lo scotch come fetta di mercato, ritieni che unire tradizione e innovazione, sperimentando pur con uno sguardo al passato, sia la chiave per emergere?

BERNARD WALSH: Bisogna fare entrambe le cose. La sfida con i cugini scozzesi ci esalta, traiamo molta ispirazione dal loro straordinario lavoro, e magari un giorno li supereremo, ma questo riguarda il futuro, noi pensiamo alla nostra strada. Per esempio, qui con me ho un campione che proviene da una botte di peated red ale di Dingle, è solo un esperimento ma è fenomenale, percepisci il sapore della red ale: il risultato è eccezionale, mentre altri esperimenti sono risultati inadatti e non vedranno mai la bottiglia. È un po’ come nel nostro settore, ci sono attività che vanno e vengono, fa tutto parte dello sviluppo della categoria, ma bisogna cercare di andare oltre i propri confini, come abbiamo fatto con Writers’ Tears e The Irishman, che offrono qualcosa di diverso.

WHISKY ART: A questo proposito, uno dei vostri colleghi irlandesi sta portando avanti un discorso sul terroir, che un po’ mi rimanda a quanto accennavi all’inizio a proposito dell’uva e del vino. Credi sia qualcosa di reale o è solo un’affascinante narrazione?

BERNARD WALSH: Essendo un agricoltore, adoro la narrazione legata al terroir, e agli inizi con mia moglie abbiamo coltivato quattordici ettari di orzo solo per osservare il processo dalla semina al raccolto, senza prospettiva di guadagno ma solo per imparare. Il terroir, come succede per il vino, ha un suo impatto, così come ce l’hanno il metodo di distillazione, il processo di maltaggio, il lievito, la lunghezza della fermentazione, le botti (che hanno un peso enorme) e così via. Se si pensa al whiskey irlandese, che in buona parte subisce la tripla distillazione creando un’ampia paletta aromatica su cui dipingere attraverso diversi tipi di botti, dando vita così a uno spartito molto variegato, tutti questi fattori contano, ma molti possono anche perdersi del tutto. Per esempio, posso distruggere gli aromi del distillato riversandolo in una botte ex bourbon first fill. Quindi resta uno dei tanti elementi che influiscono sul new make, ma che corrono il rischio di perdersi del tutto nel procedimento che conduce al whiskey.

WHISKY ART: Se avessi la possibilità di fare ciò che vuoi con il tuo whiskey, sperimentando senza limiti, qual è il tuo sogno irrealizzabile con le regole attuali?

BERNARD WALSH: Il whiskey irlandese, così come lo scotch o lo champagne, è sottoposto a una normativa in cui credo molto, con regole che consentono comunque di crescere e di aggiungere valore. Ovviamente posso creare qualcosa al di fuori di quella cornice di regole, semplicemente non chiamandolo whiskey irlandese. Mi piacerebbe molto creare un single pot biologico, proprio per il mio legame con la terra: nel 2017 ho avuto il piacere di poterlo distillare, e il sapore era fenomenale. Non è ancora in commercio, ma è qualcosa di cui sono molto fiero.

WHISKY ART: Ripensando a quanto hai detto prima, che ogni passaggio nella realizzazione del whiskey influenza il risultato finale sovrapponendo al precedente o annullandolo del tutto, ritieni che l’orzo biologico dia una spinta iniziale così forte da essere percepita nel prodotto finito?

BERNARD WALSH: È ciò che abbiamo scoperto nel nostro esperimento. Quella che spesso viene indicata come “nota cremosa” nel whiskey irlandese, nel nostro caso era davvero molto più intensa. Ed è il tipo di whiskey tradizionale a cui vogliamo puntare.

WHISKY ART: Quello che voi realizzate è etichettato come “premium Irish whiskey”, sebbene sia proposto a un prezzo decisamente popolare. Si tratta di una precisa scelta di marketing, per rendere un prodotto di qualità disponibile al più ampio pubblico possibile?

BERNARD WALSH: Fin dall’inizio puntavo a non inserirmi nel segmento dei whiskey irlandesi standard, basato principalmente su blend di grain o mais uniti a un po’ di pot still, un po’ di orzo, un po’ di malto, eccetera. Non rientra nei miei gusti, ed è quello che fanno le grandi compagnie cui non desidero appartenere. Quello che volevo era aggiungere valore e qualità al whiskey, dare un surplus ai consumatori, quindi ognuno dei nostri prodotti ti darà sempre qualcosa in più rispetto al prezzo sulla bottiglia. Ed è stato il Chicago Beverage Tasting Institute non solo a dare al nostro The Irishman Founder’s Reserve un voto molto alto, ma a indicarlo come il miglior whiskey irlandese sul mercato per rapporto qualità/prezzo. Anche il nostro diciassette anni è stato segnalato nel 2019 come il miglior whiskey irlandese. Se nel primo caso il prezzo era sui trentacinque euro, per il secondo il prezzo consigliato era intorno ai novanta. Alcuni negozi avrebbero voluto spingerlo fino a centoventi euro, ma noi abbiamo insistito per mantenerlo sotto i cento proprio perché vogliamo raggiunga la più ampia fetta di pubblico possibile ottenendo comunque un buon margine.

WHISKY ART: E in un periodo in cui c’è una crescita esponenziale di edizioni speciali, single cask o anche solo versioni inaugurali a prezzi di partenza molto alti pur quando la tiratura non è poi così limitata, creando l’assioma secondo cui a un prezzo alto corrisponde una qualità alta, la vostra scelta diventa ancora più rivoluzionaria.

BERNARD WALSH: Fa parte del processo di crescita del settore, con prezzi folli per whiskey comuni, ma il tempo appianerà queste differenze e saranno gli appassionati con i loro gusti a valutare se un whiskey di buon livello valga o meno trecento euro. Noi e altre nuove realtà qui in Irlanda stiamo cercando di puntare sulla qualità senza caricare sul prezzo finale, cercando di riportare tutto a un corretto livello di spesa.

WHISKY ART: Quali credi siano i rischi di questa esplosione di whiskey irlandese? Con così tanti nuovi attori a entrare sulla scena, non si corre il rischio di abbassare il livello qualitativo generale o ritieni che il mercato troverà comunque un suo equilibrio?

BERNARD WALSH: Il rischio più grande è la qualità: qualcuno può decidere di prendere delle scorciatoie pensando di cogliere l’opportunità e di fare soldi in fretta. Ma tutto il resto troverà un equilibrio. Con il Covid, molte realtà rischiano di non sopravvivere sul lungo termine, anche perché quello del whiskey è un settore che lavora su tempi molto estesi, con la responsabilità da parte di tutti noi che facciamo parte di questa rinascita di preservare la qualità del prodotto. Personalmente, anche in quanto membro fondatore della Irish Whiskey Association nel 2014, ricordo che uno dei principi è proteggere la qualità del prodotto, motivo per cui esistono delle indicazioni tecniche precise: sei libero di provare tutte le ricette che credi, ma se esci dalle regole, non chiamarlo whiskey irlandese. E non si può dire che siano regole stringenti, si può arrivare fino a due milioni di permutazioni possibili: abbiamo più categorie rispetto allo scotch, possiamo usare legni diversi, e nelle ricette c’è ampio spazio per la sperimentazione.

WHISKY ART: Pensando alle vostre due etichette, The Irishman in un certo senso si presenta da solo, mentre Writers’ Tears esprime un collegamento con la letteratura che proprio di recente è stato associato, con il vostro sostegno, al progetto di un documentario sulle donne che consentirono la pubblicazione dell’Ulisse di Joyce. Era questo che avevate in mente quando avete creato questa etichetta?

BERNARD WALSH: Quando abbiamo iniziato a pensare al nostro prodotto, siamo partiti dalla considerazione che il whiskey irlandese si basa soprattutto sul pot still e sul malto. I nostri amici scozzesi hanno fatto grandi cose con quest’ultimo in quarant’anni, raggiungendo una varietà di proposta che in Irlanda ancora non avevamo. The Irishman si concentra sul malto, che per me è la parte tradizionale, mentre per il single pot si trattava di fare qualcosa di molto diverso, anche perché era un genere praticamente scomparso. All’inizio del secondo millennio ero ispirato dalla rivoluzione che stava attraversando il bourbon, sono stato qualche tempo in Kentucky apprezzando l’approccio innovativo e quasi irrispettoso nei confronti del passato. E ora abbiamo Writers’ Tears, che è molto diverso rispetto al whiskey irlandese tradizionale, a partire dal nome, con sapori e sensazioni non comuni: irlandese, ma fuori dagli schemi, parte di una rivoluzione globale nel panorama del whiskey. L’800 fu il periodo d’oro tanto per il whiskey che per la letteratura irlandesi, con grandi scrittori come Joyce, Yates, George Bernard Shaw, Oscar Wilde, Sam Beckett… l’Irlanda era colma di grandi scrittori e di grandi whiskey! Quando ci si trova a Dublino, quasi ogni pub espone una targa che commemora il passaggio di questo o quello scrittore, che si sedeva a bere whiskey e a osservare semplicemente la vita svolgersi davanti a lui. C’è una storia che racconta come potessero restare lì un’ora, un giorno o forse anche di più, ma l’unica cosa certa è che quando piangevano, erano lacrime di whiskey (Writers’ Tears, N.d.T.). Con questa etichetta si può dire facciamo appello al creativo che si trova dentro di voi, nostri fan, che si parli di scrivere o di cantare o di qualunque arte in genere. Infatti adoro il tuo logo, Whisky Art, che richiama proprio l’arte.

WHISKY ART: È proprio quello che volevo dire quando ho scelto il nome del blog, che il whisky è un arte e come ogni espressione artistica è personale: c’è sicuramente una distinzione tra buona arte e cattiva arte, ma è l’approccio personale che fa la differenza. Il whisky racconta qualcosa di diverso a ognuno di noi, che troviamo in un dram qualcosa che appartiene solo a noi stessi. E tornando alla letteratura, è un po’ quello che succede leggendo un libro: ci sono una storia, dei personaggi ma, come con il whisky, sta a te creare un collegamento personale con l’opera.

BERNARD WALSH: Approfitto per ricordare ai tuoi lettori che il 16 giugno in Irlanda è il Bloomsday, una giornata in cui si celebra l’Ulisse di Joyce a Dublino. Viene ricreato un episodio del libro che riguarda il personaggio di Leopold Bloom, con la gente in costumi d’epoca, e i luoghi in cui Bloom si fermò che esistono davvero, tra cui la Sweny’s Pharmacy: quando stava per chiudere, venne acquistata da un appassionato di Joyce che la mantenne esattamente com’era all’epoca, in ogni dettaglio. Oggi è una libreria dove organizzano ogni giorno delle letture dai libri dello scrittore, a cui chiunque può partecipare, e quando hanno avuto dei problemi economici dovuti all’aumento dell’affitto, noi siamo intervenuti per aiutarli: è importante che si conservi questo pezzo di storia.
Il whiskey alla fine è anche racconto, in qualunque pub irlandese voi mettiate piede, che sia per bere un dram o una pinta di birra, qualcuno intorno a voi che non conoscete finirà per parlarvi e raccontarvi una storia, poi qualcuno inizierà a cantare raccontando a sua volta una storia… la narrazione e il whiskey sono fatti per stare assieme.
E l’anno prossimo ricorrerà il primo centenario dall’uscita dell’Ulisse, quindi potete aspettarvi diversi progetti da parte nostra.

WHISKY ART: Infatti quello che mi ha colpito subito di Writers’ Tears è che il nome non è un semplice pretesto, una scelta commerciale per cavalcare una moda, ma rappresenta un collegamento vivo e reale con la letteratura.

BERNARD WALSH: Scoprire il whiskey irlandese, che è qualcosa di ben più grande di una singola etichetta, significa trovarsi davanti a un intero universo. Con The Irishman e Writers’ Tears cerchiamo di offrire un’ampia varietà di espressioni, con alcune chicche speciali una o due volte l’anno.

WHISKY ART: E quindi cosa possiamo aspettarci in futuro?

BERNARD WALSH: Essendo una realtà piccola dobbiamo impegnarci a creare cose diverse, sia nella pianificazione che nella sperimentazione. Per esempio, il peated red ale di cui ti ho parlato prima uscirà sotto The Irishman e verrà inviato direttamente ai nostri amici della Irish Whiskey Society, seguendo questo piccolo progetto creato con loro. Per Writers’ Tears ho un progetto interessante che coinvolge il Canada: in epoca pre-Covid ho passato molto tempo da loro e ho scoperto delle botti incredibili che non sono mai state usate prima per il whiskey irlandese. Usciremo a ottobre, e sarà qualcosa di molto diverso ma stupefacente. Abbiamo documentato tutto: la scoperta delle botti, la scoperta di un’azienda in particolare che non posso nominare, il trasporto delle botti in Irlanda… e qui in un certo senso il Covid ci ha aiutato, perché le botti non hanno potuto spostarsi per un po’! In autunno uscirà anche un single pot per Writers’ Tears, sempre ispirandoci al nostro DNA che ci spinge a sperimentare.

WHISKY ART: Per concludere, hai nominato il Covid. La pandemia ha messo in difficoltà tutti i settori, ma per il whisky ha creato anche delle nuove opportunità con la crescita, per esempio, delle degustazioni online che specialmente per le realtà più piccole ha consentito di avvicinarsi e di farsi conoscere di più dagli appassionati.

BERNARD WALSH: Infatti, per realtà piccole come la nostra, ha un po’ giocato a nostro favore. Una volta dovevi spostarti di città in città, di locale in locale, prendendo anche degli aerei, il che diventava molto costoso per un’attività come la nostra. Lavorare online è fantastico, ed è qualcosa che non sparirà. Certo, non è paragonabile agli incontri dal vivo, alle fiere, ma per noi è una grande opportunità.
Inoltre è cresciuto l’acquisto in prossimità, con la gente che ha riscoperto le piccole realtà locali dove magari spendere qualche euro in più per una bottiglia speciale, una sorta di coccola da farsi ogni tanto, invece di andare solo nei supermercati, dove etichette come la nostra non arrivano. La gente ha riscoperto il piacere di dedicare più tempo a se stessa, e questo per noi è stato un grande vantaggio.
Sono aumentate anche le vendite online, ora siamo più facili da trovare in tutta Europa, dove basta andare su internet e se non ci trovi nel tuo paese, magari scopri che una bottiglia è disponibile in Germania solo per sei euro in più.
Nessuno vince davvero con una pandemia, il mercato del travel retail (gli shop nei negozi aeroportuali, N.d.T.) era una finestra molto importante per i nostri marchi, ed è semplicemente sparito. Era il nostro terzo mercato in termini di fatturato, e si è completamente azzerato.
Per quanto riguarda i locali, quello è terreno fertile per le multinazionali che hanno maggior controllo sulle bottigliere: noi ci lavoriamo, ma è davvero difficile. Alcuni dicono sia come una porta girevole: entri a lasciare le tue bottiglie, e quando esci entra uno delle multinazionali e ci piazza le proprie al loro posto. I locali specializzati, quelli dedicati a una clientela ristretta dove dietro al bancone ci sono persone che conoscono bene le bottiglie, sono sempre più rari.
Il nostro mercato è in fermento, con tante start up che si stanno affacciando, ma se sei partito nel 2019, non hai avuto l’opportunità di presentare la tua nuova etichetta. Quindi ora si tratta di capire quante risorse tu abbia a disposizione per andare avanti, e probabilmente ci saranno alcune teste che cadranno, ma d’altronde è il destino che condivide qualunque settore commerciale.

WHISKY ART: È anche vero che se il Covid ha colpito tutti duramente, i vostri cugini scozzesi hanno avuto pure l’impatto della Brexit.

BERNARD WALSH: I nostri poveri cugini hanno due difficoltà da gestire, e ci sono anche i dazi con gli Stati Uniti, problema che non riguarda il whiskey irlandese (a eccezione di quello dell’Irlanda del Nord). La nostra forza è che il whiskey irlandese è uno solo: nord, sud, est, ovest, c’è una sola associazione nonostante alcuni problemi nel passato.

WHISKY ART: Ti ringrazio davvero per il tuo tempo, anche se ora non faccio che pensare al Writers’ Tears che uscirà a ottobre e spero che l’estate passi in fretta! Speriamo di vederci presto dal vivo.

BERNARD WALSH: Non vediamo anche noi l’ora di condividere un buon bicchiere di whiskey irlandese. A presto!

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