
Fondata nel 2014, la East London Liquor Company è nata all’interno di una fabbrica di colla abbandonata nella zona da cui prende il nome, per volontà di Alex Wolpert, che da alcuni anni gestiva diversi locali e che decise di fondarne uno proprio con annessa distilleria.
Iniziano producendo circa mille bottiglie di gin e vodka al mese per i locali e ristoranti della zona, ma presto si espandono con rum (proveniente da terzi e blendato in sede), cocktail in lattina e ovviamente whisky, con il primo rye prodotto a Londra da oltre un secolo uscito nel 2018.
Ora che i loro imbottigliamenti sono arrivati anche in Italia, in attesa di poterne parlare su queste pagine, scambiamo due parole con il fondatore.
Grazie a Gabriele di FerroWine per avermi fatto scoprire questa etichetta.
WhiskyArt: La vostra è una realtà produttiva piuttosto piccola, che praticamente si trova alle spalle del vostro locale.
Alex: Esatto, passi dietro al bancone del bar e ti trovi nelle sale con tutta l’attrezzatura: le vasche per il blending, gli alambicchi per il gin, un wash still da 2.000 litri e come spirit still un alambicco ibrido da 650 litri, più la nostra vasca di fermentazione in metallo da 3/4.000 litri e il mash tun. Praticamente dal cereale al bicchiere!
Orzo e segale maltati provengono dalla Crisp Malt a Norfolk, usando come orzo solo la qualità Maris Otter anche se abbiamo testato altre varietà in passato.
WhiskyArt: Cosa distingue il vostro whisky dagli altri?
Alex: Poco tempo fa ho avuto un incontro con un gruppo di bartender al Mondrian Hotel qui a Shoreditch, con cui abbiamo parlato della composizione del nostro mash, il tipo di lieviti che utilizziamo, i tempi di fermentazione e l’impatto che hanno sul whisky, cercando anche di correggere tutte le convinzioni errate su maturazione e aromi. Ed è sempre bello confrontarsi con persone del settore che si dimostrano curiose e pronte alle novità, spingerli a pensare in modo diverso a un prodotto che è in giro da un bel po’ di tempo!
Ecco, quello che noi facciamo è dettato dai sapori, dagli aromi, con il liquido e il modo in cui lo produciamo che sono l’essenza del nostro lavoro. Quando abbiamo aperto dieci anni fa, alcuni giornalisti hanno subito pensato alla Lee Valley Distillery che si trovava qui a Londra, sottolineando come fossimo quindi la prima distilleria a tornare operativa dopo un secolo, ma non è questo su cui ci vogliamo concentrare. Noi vogliamo capire cosa significhi fare whisky oggi, come essere rilevanti e continuare a esserlo nel futuro, senza soffermarci su quello che si faceva cento anni fa.
Noi vogliamo creare qualcosa che sia buono per la nostra clientela, che in buona parte è composta da B2B, senza però dimenticare il retail. Ci concentriamo quindi sui nostri due imbottigliamenti principali, il single malt e il rye, che saranno leggermente diversi ogni anno, affiancati da alcune edizioni speciali come il single cask per il Whisky Show, un rye invecchiato in botti ex sherry, la prima volta in cui per l’evento sia stato scelto un imbottigliamento che non fosse scotch.

WhiskyArt: E poi ci sono le vostre etichette, ricche di dettagli sugli aspetti produttivi, mentre siamo abituati a trovare spesso solo informazioni sull’invecchiamento.
Alex: Proprio oggi abbiamo accolto un gruppo di visitatori e ci siamo messi a parlare di lieviti, come i diversi ceppi influiscano sugli aromi, cosa comportino oltre cento ore di fermentazione, cosa significhi lascare i lieviti esausti e che impatto abbia la conversione lattica sugli esteri… ecco, questi dettagli sono l’unico modo per sfatare alcuni miti ormai consolidati sul whisky. Quando ho iniziato come bartender vent’anni fa, ci dicevano che quasi tutti i sapori venivano dalle botti, fine, il che è assurdo.
WhiskyArt: E poi c’è chi, come Waterford, mette al centro di tutto l’orzo.
Alex: Io credo che la verità stia nel mezzo. Le botti sono importanti, ci riforniamo tramite Alexander Sakon che ci procura delle botti eccezionali, che vengono smontate, rasate e tostate così da assicurarne la qualità, quindi di certo non voglio minimizzare l’apporto dei legni! L’idea che quasi tutto provenga dalle botti è romantica ma troppo semplicistica e lontana dalla realtà. Quindi poter dare maggiori informazioni su come evolva il distillato e quanto di ciò che facciamo influisca sul risultato finale è molto importante.

WhiskyArt: Quanto è difficile produrre whisky in Inghilterra, vista la predominanza della Scozia?
Alex: Partecipiamo agli eventi di settore dal 2018, e all’inizio quando la gente si avvicinava al nostro single malt ci chiedeva da quale distilleria in Scozia l’avessimo preso, il che era davvero frustrante, ma ti armi di pazienza e spieghi come no, è 100% inglese e venga fatto a Londra. E lentamente la gente sta accettando l’idea che il whisky si possa fare ovunque, in Oregon, a Tokyo, Melbourne, e questo non solo è normale, ma offre anche la possibilità di creare delle eccellenze. Quando si cerca di definire cosa sia il New World Whisky, io credo che la parte fondamentale sia lo sviluppo e la produzione del distillato solo sulla base dei sapori e non delle tradizioni o del passato del luogo in cui viene realizzato. Noi siamo attivi appena da dieci anni, siamo molto giovani, abbiamo come punti fermi il nostro single malt e il rye, ma fissarsi ogni anno a fare la stessa cosa solo perché l’ultima volta ci è venuta bene sarebbe assurdo: vogliamo migliorare, metterci alla prova di volta in volta. E noi cerchiamo di comunicare questo, che vogliamo imparare a fare un distillato sempre migliore, e siamo noi a doverci spiegare con i consumatori, con i bartender, non loro a doversi sforzare di capire, dobbiamo provocarli a pensare in modo differente.
WhiskyArt: Quindi ogni anno intervenite su alcuni aspetti della lavorazione, come lieviti, tempo di fermentazione e altro?
Alex: Nel tempo abbiamo trovato delle cose che funzionano, con il rye abbiamo stabilito una composizione al 55% segale maltata e al 45% orzo maltato e per il single malt ci troviamo bene con l’orzo Maris Otter, che fornisce una certa burrosità nella texture. Oppure gli aromi tropicali e agrumati che provengono dal lievito Saison che usiamo assieme a quello da distillazione, per almeno 100 ore di fermentazione. Ci sono delle costanti che stiamo affinando, ma ci vorranno ancora anni prima di stabilire in via definitiva una via precisa. Saremo sempre trasparenti in etichetta, riportando tutto quello che facciamo, e la nostra firma è proprio la sperimentazione, la voglia di metterci sempre alla prova, e credo sia quello che crei anche curiosità nel consumatore, che voglia scoprire cosa ci siamo inventati quest’anno.
WhiskyArt: Una delle vostre edizioni limitate è invecchiata in botti ex Islay, che gli impartiscono delle note davvero particolari. Avete in mente di fare un vostro torbato in futuro?
Alex: Una minima parte dell’orzo che utilizziamo è torbato, e abbiamo dei progetti in corso che solo tra qualche anno vedremo se daranno dei frutti, ma se prendi delle botti che hanno contenuto whisky torbato e le usi con distillato di malto non torbato, avendo la pazienza di aspettare cinque anni o più, l’integrazione con la parte fumosa è davvero eccezionale. Tanto che in una degustazione alla cieca sono sicuro non si riuscirebbe a distinguere il nostro Islay Single Malt da un torbato all’origine. E con così tante botti utilizzate per maturare whisky torbato disponibili al mondo, credo che le nuove e vecchie distillerie abbiano anche l’obbligo morale di riutilizzarle piuttosto che ricorrere a nuova torba.

WhiskyArt: Quante botti avete al momento in maturazione?
Alex: Abbiamo alcune centinaia di botti a riposare in un deposito a Liverpool, riusciamo a produrre circa 22 .000 litri di distillato all’anno, che più o meno corrispondono a 20 botti al mese. Stiamo pensando a come espandere la produzione, ma è ancora tutto in divenire.
WhiskyArt: Consultando il vostro sito web si nota come il vostro nome, East London, vada oltre la semplice connotazione geografica, c’è un collegamento molto stretto con il vostro territorio, che passa attraverso anche i caratteri utilizzati per il logo, in una sorta di “terroir sociale”, come inteso da Dave Broom nei suoi ultimi scritti.
Alex: Io sono nato a Londra, le mie radici sono nella città, nella comunità, non potrei fare whisky altrove. E credo che East London rappresenti proprio la necessaria carica di provocazione e innovazione che vogliamo dare al nostro whisky. Siamo legati ai locali, ai pub, agli hotel della zona, e in tempi come questi dove “comprare locale” è un mantra, io dico che va benissimo, ma solo quando locale significa anche migliore. Non puoi acquistare prodotti locali solo perché li fanno sotto casa tua, trovarti a mangiare del pessimo pane solo perché lo prendi dal panettiere della tua strada! Sembra una cosa ovvia, ma non tutti acquistano locale perché così trovano i prodotti migliori. Non vogliamo essere solo la distilleria della zona, vogliamo che il nostro distillato sia eccellente, che sia gin, il rum che importiamo e blendiamo o il whisky. Non è questione di arroganza, ma di ambizione.
WhiskyArt: E poi ci sono le collaborazioni con l’estero, come avete fatto con l’Italia.
Alex: Ammetto di avere un debole per l’Italia, un mercato che ci ha dato molte soddisfazioni negli ultimi anni, specie a Roma. Qui abbiamo trovato locali che ci hanno accolto con grande entusiasmo e curiosità, come il Morrison’s per il quale abbiamo realizzato un single cask in esclusiva, in collaborazione con Kernel e affinato in una botte Saison: è stato un azzardo, ma quando l’hanno assaggiato ne erano entusiasti. Ed è questo quello che vogliamo, essere ambiziosi, sperimentare, provocare non per il gusto di farlo ma per spingerci verso nuovi orizzonti.
WhiskyArt; Qualcosa di speciale che avete in serbo quest’anno?
Alex: Un single cask del nostro rye invecchiato in una botte ex chardonnay, che uscirà più o meno a marzo, e che sarà grandiosamente speciale! Poi fino a Natale usciremo con altri quattro single cask, e dovremmo riuscire a fare arrivare tutto anche in Italia.
WhiskyArt: L’ultima domanda, come vedi il futuro del whisky, in particolare quello inglese?
Alex: Faccio parte della English Whisky Guild, e credo nell’importanza di una cornice su cui tutti concordino quando si parla di fare whisky, e non penso sarà un problema. È pensata per essere meno stringente rispetto ad altri disciplinari già esistenti al mondo, ed è stata sottoposta al Ministero dell’Agricoltura e dell’Alimentazione per ottenere la IGP inglese: siamo in attesa della loro revisione, che potrebbe richiedere settimane o anni, non ne ho idea. L’obbiettivo della Guild è quello di promuovere il whisky inglese come categoria, che venga presa in considerazione come si fa con quello giapponese, americano, scozzese o irlandese, sia a livello governativo che commerciale. È un settore cresciuto in modo impressionante negli ultimi anni, seppure in un contesto economico globale piuttosto apocalittico, ma viene ancora preso sottogamba, e noi stiamo lavorando perché le cose cambino.
È difficile capire cosa succederà nei prossimi dieci anni, ci sono tante nuove realtà al mondo che producono whisky eccellenti, come in Finlandia, Svezia, Danimarca e anche Italia, ed è una cosa davvero emozionante. Vedremo.
Grazie mille alla simpatia e disponibilità di Alex, presto vedrete su queste pagine anche i loro imbottigliamenti.
