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Irlanda Kinsale Spirit Whisky da 0 a 50 euro

Red Earl

Recensione di un blended che onora un pezzo di storia irlandese

Provenienza: Kinsale (Irlanda)
Tipologia: Blended Irish Whiskey
Gradazione: 40%
Botti di invecchiamento: Ex bourbon, ex sherry, ex rioja
Filtrato a freddo: 
Colorazione aggiuntiva: 
Proprietà: Kinsale Spirit
Prezzo indicativo: € 40,00
Sito web ufficiale: kinsalespirit.com
Valutazione: 61/100

Nata nel 2016, la Kinsale Spirit Company è una piccola azienda di Kinsale, nella contea di Cork, inizialmente impegnata solo nella produzione di gin ma che, grazie all’intraprendenza dei fondatori Ernest Cantillon, Tom O Riordan e Colin Ross, ha deciso nel 2020 di iniziare a imbottigliare anche whiskey.
E come spesso accade, l’ispirazione proviene dalla ricca storia irlandese e precisamente dalla Guerra dei 9 Anni, avvenuta nel diciassettesimo secolo, a cui sono dedicate le (per ora) tre etichette della loro linea: Spanish Earl Single Malt Irish Whiskey (con il ritratto di Juan del Aguila), Great Earl Single Grain Irish Whiskey (con il ritratto di Hugh “The Great Earl” O Neill) e questo Red Earl (con il ritratto di Red Hugh O Donnell).
Blended di grain al 90% e malto al 10% (proveniente dalla Great Northern Distillery), invecchiamento di lunghezza non dichiarata in ex bourbon e sherry con affinamento di almeno sei mesi in vino spagnolo, è stato il primo a raggiungere il mercato ed è la testa di ponte della loro produzione, visto il progetto di costruire una distilleria a Cork.

Note di degustazione

Naso che tradisce l’anima fortemente grain, con note intense ed erbacee di cereali e fieno assieme a pera, un accenno di vaniglia, impressioni vinose e molto acetone. Acerbo.
In bocca è leggerino, iniziale spinta di pepe con tocchi speziati (cannella e un’idea di noce moscata) che presto si diluisce in un generico pizzicore alcolico. Cereali, vaniglia, frutta secca, pera, pompelmo, il tutto abbastanza fugace che scivola presto in un pastiche amarotico e secco, carico di tannini.
Finale abbastanza breve, secco, di legno e accenno di vaniglia.

Troppo, troppo giovane, un whiskey praticamente allo sbando, senza identità e senza vigore, che non ha nemmeno il pregio di impressioni incisive nel bene come nel male: è solo blando e dimenticabile.

2 commenti

  1. Non so come funzioni adesso, ma un tempo i blended che contenevano almeno il 40% di whisky di malto, venivano classificati come “super premium” e al di sotto di questi si collocavano con percentuali leggermente inferiori i “premium” e gli “special”. Poi c’erano i “first category” che non superavano il 20% e, dulcis in fundo, i “second category” che non andavano oltre il 10% di malto. Per un pessimo whisky di “seconda categoria”, che non vorrei incrociare nemmeno per sbaglio sullo scaffale di un supermercato, non spenderei mai 40 euro.

    1. Diciamo che l’estrema bruttezza dell’etichetta qualcosa fa intuire 😄
      Battute a parte, anche i blended di “fascia bassa” possono avere un loro perché, penso a Tullamore D.E.W. o Roe & Co, ma qui proprio non ci siamo.
      Almeno per me, eh, sia chiaro: poi magari a qualcuno piace un botto.

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