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Interviste

The Barrel Way: intervista con Guido Poggia

Intervista con una delle nuove realtà distributive italiane

Il mondo del whisky è talmente vasto e variegato che difficilmente si può pensare di riuscire a provare tutto quello che venga prodotto dalle distillerie di tutto il mondo.
Ormai da tempo siamo usciti dal trittico Scozia-Irlanda-Stati Uniti, e si può quasi dire che non esista paese sul pianeta che non abbia almeno una distilleria di whisky!

In questo mare magnum di proposte, però, il rischio è quello di perdersi produzioni interessanti e innovative, che faticano a trovare spazio in un mercato sempre più affollato.

Anche per questo esiste una realtà come The Barrel Way, importatore italiano in attività da poco più di un anno, nato dalla passione (vera, e non solo di prammatica) dei suoi fondatori che hanno strutturato un progetto ambizioso (e coraggioso) di cui abbiamo avuto modo di parlare con uno di loro, Guido.

Con un guizzo di originalità, partiamo dall’inizio: come nasce The Barrel Way?
Come molte cose, nasce da un incontro di idee: Michele, l’altra testa pensante della società, possiede un birrificio e un gastro pub con altri soci, che hanno fatto da punto di appoggio per questo progetto.
Tutto è nato circa un anno fa, in un periodo sicuramente non felice per la ristorazione ma che, proprio per questo, ci ha dato il tempo di dedicarci a definire la nostra idea e prendere i primi contatti. Ci siamo resi conto come in Europa, negli ultimi tempi, ci sia stato un grande fermento nel mondo della micro distillazione e della distillazione di qualità, realizzata in paesi in cui la cultura del distillato non è radicata come in altri, ricordando un po’ quello che accadde qualche decennio fa con i micro-birrifici.
Ci siamo guardati attorno, notando come ci fossero realtà già molto apprezzate all’estero come Fary Lochan, fornitore del Noma di Copenhagen, e volevamo quindi portare questa qualità anche in Italia, come valore aggiunto.

Come avete scelto le distillerie da inserire nel vostro catalogo?
Con Michele ci siamo divisi i ruoli: io la parte di selezione, lui quella più amministrativa e logistica.
Abbiamo proceduto un po’ per cerchi, partendo dalle due macro aree europee che sono Scozia e Irlanda, dove ci sono realtà molto interessanti e di qualità ma che magari non sono interessate all’esportazione, e guardando comunque soprattutto al nord Europa, scontrandomi anche con difficoltà burocratiche come in Germania dove, per usufruire della tassazione agevolata, molte piccole aziende non sono nelle condizioni di poter esportare all’estero.
Il mio criterio è quello di puntare su qualità e memorabilità, cercando prodotti non solo di alta caratura ma che lasciassero anche il segno con una peculiarità, perché di bottiglie di alta qualità ce ne sono tantissime, ma la memorabilità è un’altra cosa!
Ci sono aziende molto interessate a entrare in Italia, che cercano un partneriato che garantisca loro un’attenzione al prodotto che in realtà distributive più grandi non pensano di trovare.
Noi non vogliamo creare una bibbia, cerchiamo novità da introdurre nel nostro portafoglio senza che queste divengano solo dei numeri, mantenendo un filo conduttore che punti alla qualità e memorabilità di cui parlavo prima, con espansione più orizzontale che verticale, allargando anche ad altri distillati come gin, rum e vodka.

Qualità vuol dire anche prezzo?
Puntare su fasce medio-basse dà l’idea che sia più facile “fare cassa”, ma se poni l’attenzione alla qualità del singolo prodotto, che magari ha comunque un costo abbordabile come i whisky di Distillerie des Menhirs (Eddu N.d.A.), e lo presenti ai locali spiegando come sia meglio una carta di pochi prodotti di qualità piuttosto che una affollata di bottiglie di scarso valore, comprendi come la ricchezza non stia solo nel prezzo. E d’altronde vale anche il ragionamento opposto: un’etichetta costosa non necessariamente porta valore.
Noi cerchiamo di mantenere gli stessi prezzi rispetto a quelli proposti in patria dai produttori, senza lanciarci in improbabili scontistiche sul nostro shop online, proprio perché crediamo nel valore aggiunto della cura del prodotto e dell’attenzione nei confronti del cliente.
A me piace a volte assaggiare dei prodotti cercando di stabilire quale, secondo me, possa esserne il prezzo all’origine, e devo dire che spesso ci azzecco! Anche quando quello in Italia in realtà viene raddoppiato…

D’altronde si tratta di un settore che prevede investimenti iniziali consistenti con un ritorno a lungo termine.
Noi sappiamo che questo progetto ci produrrà uno stipendio almeno tra due anni, perché i ricavi iniziali finiscono in nuove acquisizioni, con i margini su alcune bottiglie che sono molto bassi proprio per evitare che arrivino al consumatore finale con prezzi fuori scala rispetto all’origine.
Ci affidiamo a una logistica esterna, che sicuramente comporta costi più alti, ma essendo agli inizi ci consente una gestione più lean, senza andare però a pesare sul prezzo.

Prezzo che a volte si basa più sulla confezione che sul contenuto.
Ci sono edizioni di whisky noti che sono una festa per gli occhi ma che propongono distillati non all’altezza, e ci sono prodotti di distillerie magari meno note ma che presentano confezioni di livello, come quelle di Lough Gill, con whiskey di eccellenza.
O basti pensare, per esempio, a Eddu Silver, il whisky base di Distillerie des Menhirs, realizzato a partire dal grano saraceno, con una resa aromatica che può piacere o non piacere, ma di innegabile qualità, con quel sentore quasi tattile, polveroso. O l’Eddu Brocéliande, che come il Silver fa un invecchiamento in cognac, e viene affinato in legni provenienti dalla regione omonima che lo arrotonda e lo rende più corposo. Entrambi ottimi prodotti a prezzi molto accessibili.

La vostra ricerca quindi è di produttori che offrano qualcosa di particolare e distintivo rispetto ad altre nel resto d’Europa.
Esatto, e non solo nell’aspetto produttivo, ma anche con la loro storia. I bretoni di Eddu, che nascono come famiglia di distillatori itineranti, o i fondatori di Lough Gill, che si sono innamorati di una villa del diciassettesimo secolo accanto alla loro distilleria e che ora stanno ristrutturando. Oppure Fary Lochan, che affumica i cereali con l’ortica come faceva la madre quando il fondatore era bambino.
Tutte storie molto interessanti, con una narrazione che diventa parte del prodotto stesso come accade per Athrú, dove i primi tre imbottigliamenti sono strettamente connessi ai miti dell’antica Irlanda al punto da trovare, sul loro sito, la lettura in gaelico delle leggende da ascoltare mentre si degustano i loro whiskey.
E tutto questo rientra nell’esperienza complessiva di quella bottiglia che hai acquistato e che si ripete nel tempo, magari anche condivisa.

Condivisione che la pandemia ha reso decisamente più complessa ma che finalmente stiamo tornando a provare.

Io trovo che assaggiare in compagnia, al di là dell’esperienza meditativa del singolo che magari spinge alla riflessione, ti aiuti a scoprire sentori che possono sfuggire anche ai più esperti, magari solo perché sono riferimenti che non conosci, sfumature a cui non hai pensato.
Nell’approcciarti a un distillato metti in campo le tue esperienze personalissime, che a volte possono essere molto specifiche e non necessariamente note a tutti, quindi confrontarsi diventa essenziale e prezioso.

Restate in Europa come ricerca o prevedete di ampliare gli orizzonti al di là del vecchio continente?
Pian piano le cose si stanno muovendo in tutto il mondo, e nel giro di un decennio ci saranno molti paesi che inizieranno quantomeno a sperimentare, dato che non è garantito il risultato finale sia sempre eccellente. Senza contare che un prodotto di successo in un paese possa invece fallire in un altro, con i gusti che cambiano profondamente da nazione a nazione, con a volte anche i pregiudizi territoriali che entrano in gioco.
Ora come ora farsi mandare un campione per esempio dall’Australia sarebbe complicato, noi siamo partiti dall’Europa non solo per una questione logistica ma soprattutto perché ci crediamo, se poi ci saranno prodotti che avrò assaggiato chissà come di luoghi più lontani e che mi avranno conquistato, allora non ci saranno confini.
Ci sono tante realtà emergenti nel nostro continente, siamo in contatto con produttori nascenti molto interessanti, e altri ne verranno: quando decidi di produrre whisky, devi per forza avere una visione proiettata nel futuro.

Cosa ci possiamo aspettare nel 2022?
Essendo appena nati dobbiamo ancora partire con una campagna di marketing vera e propria, ma stiamo già puntando a contenuti informativi sul mondo del whisky, sempre nell’ottica di dare un valore aggiunto.
Prima di fare pubblicità, bisogna creare un background concreto fatto di storia, di cultura, che viene venduto assieme al prodotto.
Vorrei che chi si avvicina alla distillazione, così come al vino, sia disposto a spendere un po’ di più per avere un prodotto qualitativamente più alto, arrivando al punto di non prendere vino in brick nemmeno per cucinare perché rovinerebbe il piatto!
Dare quindi alle persone il massimo degli strumenti per apprezzare ciò che consumano, mettendo consapevolezza in ciò che si versa nel bicchiere, come quando organizzo le degustazioni e spingo i partecipanti a discenere aromi e sapori in autonomia, senza influenzarli con le mie percezioni.
Questo aiuta a sviluppare una metodologia, che cerchiamo di trasmettere attraverso il nostro sito e che fa parte della nostra filosofia.

E quindi… in bocca al lupo per questa nuova avventura!
A breve troverete su questo sito le recensioni di alcuni dei prodotti che avete visto citati, mentre abbiamo già trattato le prime tre release di Lough Gill sotto l’etichetta Athrú.

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